Storie mai raccontate - La Danimarca

Ovvero - come la Fujifilm X-Pro1 ha cambiato il mio modo di fare fotografia

Questa quarantena sta costringendo un po tutti coloro che hanno un trasporto più o meno marcato per la fotografia ad utilizzare residui di vecchi file nascosti in hard disk polverosi per tenere aperta la mente e cercare di viaggiare un po. Troppo spesso, presi dalla fretta e dalle incombenze giornaliere, a cui si somma l'eccessivo trasporto verso alcuni scatti, tendiamo ad ignorare delle fotografie buone, delle fotografie che avrebbero una storia da raccontare, ma che rimangono ferme in un rettangolo da 3,5 pollici per un arco di tempo indefinito.

Io in questo periodo mi sono reso conto di non aver mai dato al mio primo viaggio importante il peso che merita.

Era il 2016, e prima di quel 29 marzo non avrei mai immaginato di poter arrivare in auto fino alla punta estrema dell'Europa continentale, eppure una settimana dopo avevo i piedi a mollo nell'acqua gelida del mare del nord.

Non ho intenzione di raccontare il mio viaggio qui, nè di farne un resoconto completo, avevo solo bisogno di fare qualche considerazione che le restrizioni di questo periodo mi impediscono di discutere in altre sedi.

In quel viaggio ho avuto fortuna, sono partito, per totale incoscienza, con una X-Pro1 che per autofocus e velocità operativa era un dinosauro già quattro anni addietro, e due lenti, un 18mm e un 35mm. Oggi non so se partirei di nuovo per fare 2000 chilometri solo con due lenti, senza un supergrandangolo o un tele, ma a conti fatti quella che ho fatto all'epoca si era rivelata una scelta parecchio azzeccata, eliminate le distrazioni legate alle lenti, e ben consapevole dei limiti del mezzo, credo di aver portato a casa il miglior reportage di viaggio che abbia mai fatto. La naturalezza e la poca invasività dell'attrezzatura, anche in termini di resa (non c'è nessun "effetto wow" che deriva intrinsecamente dall'utilizzo di un 28 e di un 50 equivalenti) fa si che non vi sia filtro di alcun tipo, voluto o non voluto, tra ciò che quel momento nel tempo ha rappresentato per me e ciò che la foto vuole rappresentare di per sé.

A ciò va unito poi, probabilmente, l'enorme senso di stupore che il panorama danese ha provocato in me dal primo momento, assieme all'atmosfera che ho trovato in quelle zone, complici delle giornate fortunate, che sembrava uscita direttamente da qualche racconto sui vichinghi.


Già appena sceso dal traghetto che da Rostock mi aveva portato a Trelleborg, questo è stato il primo spettacolo che mi si è parato davanti. Sicuramente non poca cosa, sicuramente un ottimo inizio.


Va detto che pure il traghetto stesso è stata un'esperienza interessante a livello fotografico, uno spaccato di vita a tratti quotidiana, svoltasi in un contesto che non poteva essere più lontano dalla mia quotidianità.



Continua...

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