Storie mai raccontate - La Danimarca III

Mi ricordo benissimo il primo scenario che ho osservato appena uscito dalla stazione centrale ci Copenhagen: un uomo dorme su un muretto, un paio di biciclette parcheggiare, strada deserta. Colpa mia, sono uscito dall'uscita sul retro senza rendermene conto


La metropoli aveva tantissimo in serbo per me, e nonostante il primo impatto mi avesse demoralizzato, ci è voluto ben poco per cambiare la mia prima impressione

Dopo pochi passi il piccolo terrone che è in me fu sommerso da una ventata di modernità, sembrava di essere stati catapultati in qualche film ambientato 10 anni nel futuro, un ambiente imparagonabile a quello a cui ero abituato. Le mie giornate nella capitale danese le ho passate per lo più vagando, senza mappa e senza meta, alla ricerca di storie di vita quotidiana che mi raccontassero com'era la vita in quel punto del pianeta. Storie di gentilezza, e di inclusione, la cosa che più mi ha colpito da subito è stata l'estrema disponibilità e gentilezza di chiunque incontrassi, già a partire dall'artista di strada che suonava davanti alla stazione, ad oggi uno dei soggetti più rock che abbia avuto il piacere di fotografare


La prima cosa che ho fatto, il primo giorno in cui sono stato nella più grande città della Danimarca, è stata la stessa cosa che probabilmente ogni turista fa quando visita Copenhagen: andare a vedere la cerimonia del cambio della guardia.

Al di là dell'impressionante disciplina di questi poveri ragazzi che, nonostante le plurime attenzioni di turisti e curiosi, rimangono immobili e concentrati nel loro lavoro, la mia esperienza è stata indissolubilmente legata all'italianità. Mi spiego meglio.

Ero andato a prendere posizione una buona mezz'ora prima della cerimonia per poter scattare una foto come si deve, che mostrasse bene tutto il panorama cittadino assieme ai soldati, protagonisti della cerimonia. Nel momento in cui i soldati fanno la loro comparsa, passato giusto qualche secondo necessario per portare la macchina fotografica all'occhio, una coppia si sistema proprio davanti a me fregandosene di tutto e tutti, e io da buon cozzalo mi lascio scappare un improperio in barese. La storia potrebbe finire qui, se non fosse che il ragazzo della coppia si gira, mi guarda, bestemmia anche lui in barese e conclude dicendo "u frà, che io sono di Bitonto".



Non so nemmeno perchè, la cosa mi fa ridere anche oggi.

Poco dopo questo momento di altissima cultura, il buon pugliese che è in me si trovò ad affrontare un'altra cosa quasi sconosciuta: la grandine! Nonostante la giornata fosse fredda, ma soleggiata, dal cielo blu iniziarono velocemente a cadere cubetti di ghiaccio grandi come palle da golf, e io ero senza ombrello!

Anche qui, incredibilmente, una coppia di signori, più avanti con l'età rispetto ai bitontini di prima, mi si avvicina, parlando in italiano, raccontandomi un po della loro storia mentre mi offrivano un posto relativamente tranquillo sotto il loro grande ombrello.


La grandine dopo poco si era trasformata in pioggia, avevo ringraziato i miei fortuiti ospiti e mi ero incamminato senza meta seguendo una strada in cui senza nemmeno sapere come mi ero trovato




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